22 novembre, 2009

Guerra Fredda? E' stata vinta dalla Cina.

                     


Cosa ha rappresentato la Guerra fredda per l'Europa e l'Italia?Ed essa era inevitabile evoluzione della situazione determinatasi dopo la fine del secondo conflitto MOndiale?
Ne parla Lucio CAracciolo in una intervista di Andrea Romano
comparsa sul "Il Sole 24 Ore" del 18/11/2009

Un conflitto inevitabile
«Se nella storia niente è davvero inevitabile – risponde Caracciolo –
è pur vero che l'avvio della guerra fredda è stato uno degli
avvenimenti storici a più alto tasso di probabilità. Le alternative
erano tutte meno verosimili, perché nessuno dei futuri contendenti
globali aveva una strategia realistica per il dopoguerra. Né fu mai
una vera opzione la prosecuzione dell'alleanza antifascista dopo la
vittoria su Hitler, perché Stalin era mosso da una rappresentazione
puramente territoriale della sicurezza sovietica. «Più allarghiamo la
nostra zona di influenza diretta e più tranquilli saremo», era questo
l'orizzonte strategico della leadership staliniana. In fin dei conti
il crollo dell'Urss è stato causato da questa stessa idea, e dunque
dall'incapacità di conservare un impero troppo esteso per un periodo
troppo lungo. In un'ipotesi di storia controfattuale, possiamo
immaginare che se i sovietici non avessero dovuto occuparsi anche dei
polacchi probabilmente non sarebbe mai nata Solidarnosc. E oggi,
forse, saremmo ancora alle prese con l'Urss».

Sulla strada di una storia controfattuale potremmo anche domandarci se
la creazione di un sistema di sicurezza occidentale imperniato sulla
Nato fosse l'unica scelta a nostra disposizione. «La creazione del
sistema euroatlantico è stata una precisa scelta politica e culturale,
opposta a un'altra ipotesi che circolò nel dibattito diplomatico nei
primi anni della guerra fredda: la finlandizzazione dell'Europa,
ovvero la demilitarizzazione e la neutralizzazione della Germania e di
altri stati dell'Europa centrale».

La "finlandizzazione" europea
In effetti la "finlandizzazione europea" fu l'opzione perseguita da
una parte della leadership sovietica (e in particolare da Lavrentij
Berija) dopo la morte di Stalin nel 1953, anche in conseguenza delle
altissime tensioni sociali che l'imposizione del modello economico
sovietico stava provocando nella stessa Germania oltre che in Polonia
e Ungheria. Un'opzione rifiutata dai successori di Stalin, mentre la
ricostruzione economica dell'Europa occidentale produceva risultati
impressionanti. «Perché fin dai primi anni del secondo dopoguerra la
leadership statunitense aveva investito sulla rinascita economica
europea come garanzia contro la diffusione del comunismo», spiega
Caracciolo. Forse il presidente Truman sopravvalutò l'autentica
pericolosità del "bacillo comunista", immaginando che un'Europa
debilitata dalla miseria si sarebbe facilmente arresa al contagio
marxista, ma sta di fatto che senza comprendere quel timore non si
capisce l'investimento americano sul Piano Marshall né la stessa
creazione della Nato: che non fu solo un'alleanza di sicurezza
militare ma anche il perno di una strategia di consolidamento sociale
e culturale dell'Europa occidentale».

L'avanzata terzomondista dell'Urss
Intorno alla metà degli anni Settanta la "guerra fredda globale", come
l'ha definita Arne Westad guardando al suo andamento nel Terzo Mondo,
sembrò volgere a favore del blocco sovietico. La debolezza
statunitense dopo la sconfitta in Vietnam, il crollo della presidenza
Nixon e l'incertezza della presidenza Carter, insieme alla curvatura
marxista degli ultimi movimenti anticoloniali, fecero pensare a una
crescita inarrestabile del prestigio e della potenza dell'Urss e dei
suoi alleati. «In realtà né l'Unione Sovietica né l'intero blocco del
Patto di Varsavia ebbero mai a disposizione risorse sufficienti per
un'autentica politica di espansione su scala globale. In quegli anni
l'avanzata terzomondista dell'Urss fu largamente sopravvalutata, così
come lo fu la sconfitta americana in Vietnam. Anche perché i
cosiddetti amici dell'Urss (in primo luogo la Cuba di Castro)
utilizzavano il sostegno di Mosca per perseguire una piccola agenda di
espansione su scala regionale, anch'essa destinata a fallire per
mancanza di risorse economiche e culturali».

La svolta europea e Ronald Reagan
Il punto di svolta arriva con la fine degli anni Settanta, quando
l'Europa occidentale reagisce al dispiegamento sovietico dei nuovi
missili di teatro SS20 puntati contro le capitali europee e pretende
da Washington un'adeguata protezione. In particolare, è il governo
tedesco guidato dal socialdemocratico Helmut Schmidt a chiedere
maggiore impegno da una Casa Bianca sempre più debole.

«Il ruolo di alcuni governi europei in quella svolta fu fondamentale –
conferma Caracciolo –, perché era chiaro che le prime vittime
dell'olocausto nucleare sarebbero stati gli abitanti di Roma e Bonn e
non certo i cittadini di New York. Di lì a poco quella svolta fu
sancita dalla vittoria di Ronald Reagan e dal ribaltamento degli
orientamenti strategici di Washington. Reagan fu il primo presidente
statunitense a scommettere sulla vittoria invece che sul pareggio
nella guerra fredda. Fino ad allora il conflitto con l'Urss era stato
vissuto da Washington come un sistema permanente. Ma Reagan fu un
personaggio straordinario anche perché meno condizionato dal passato,
in virtù della sua formazione personale, e dunque molto più libero di
immaginare il futuro. Compresa la vittoria sull'Unione Sovietica. Da
qui la sua scelta di alzare la posta del confronto strategico per
smascherare l'inferiorità strutturale dell'Urss, lanciando una nuova
corsa al riarmo e l'iniziativa delle cosiddette "guerre stellari".
Reagan fu l'incarnazione più perfetta del wilsonismo, come convinzione
nella capacità americana di convertire i nemici, e pensò in tutta
sincerità di poter conquistare Gorbaciov alla superiorità del sistema
occidentale».

Il bizzarro mito italiano di Gorbaciov
Con Michail Gorbaciov sfioriamo una mitologia particolarmente radicata
in Italia, quella che immagina un leader costruttore di pace e alfiere
del disarmo globale. In realtà l'obiettivo fondamentale dell'ultimo
capo dell'Urss fu soprattutto la riforma del comunismo sovietico. Un
obiettivo fallito, mentre il suo merito principale e largamente
involontario è stato l'aver subìto la dissoluzione dell'impero
sovietico senza ricorrere alla violenza. «Il mito italiano del
gorbaciovismo è effettivamente bizzarro – dice Caracciolo –, anche
perché il paradosso di Gorbaciov è stato quello di un uomo che credeva
sinceramente nella superiorità morale del comunismo (oltre che nella
sua riformabilità) ma che ha finito per distruggere in un paio d'anni
un impero pluri-decennale togliendo qualsiasi residua credibilità
all'ideale comunista».

Vincitori e vinti
Crede anche lei che l'autentico vincitore della guerra fredda sia la
Cina comunista? In fondo ha conservato le fondamenta del suo regime
politico, compete economicamente con il mondo e tiene in pugno il
debito statunitense.
«Sì, la Cina ha vinto la guerra fredda anche se non sono convinto che
il suo regime politico sia destinato all'immobilismo. I cambiamenti
introdotti negli ultimi anni da Hu Jintao possono far immaginare che
di qui a vent'anni vi sia una qualche forma di democrazia cinese,
sostenuta dalle enormi forze economiche e sociali che sono state messe
in movimento. Ma soprattutto la Cina è indispensabile agli Stati Uniti
anche nella lotta al terrorismo, come finanziatore delle spese
militari e garante del debito americano».

Se la Cina ha vinto la guerra fredda, l'Europa difficilmente può dire
di averla vinta. «Perché il paradosso della caduta del muro è che la
fine della divisione della Germania non ha provocato una vera
unificazione né della Germania né dell'Europa. In realtà
l'allargamento dell'Unione europea ha spalancato le porte a mille
particolarismi, mentre la fase risorgimentale con cui i paesi
dell'Europa orientale stanno legittimamente vivendo la loro ritrovata
indipendenza si associa alla crescente esilità e frammentazione del
progetto comunitario». E l'Italia? «L'Italia ha scontato pesantemente
la fine della guerra fredda. Quando il mondo era diviso potevamo
considerarci un paese di importanza medio-grande, ma in un mondo
finalmente unificato siamo diventati una piccola nazione. C'è poco da
aggiungere: negli anni del conflitto bipolare la nostra rilevanza era
maggiore, oggi dobbiamo accontentarci dei resti».


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